Ultima modifica: 7 maggio 2015

Il palazzo Cavaniglia

Una doverosa precisazione storica sul palazzo Cavaniglia tra l’attuale via Rovagnera e Muro Nuovo

Per evitare ulteriori equivoci intorno alla proprietà del Palazzo marchesale, che indurrebbero a madornali errori storici, bisogna una volta per tutte, attraverso i documenti a disposizione, stabilire che il sito in questione è divenuto di proprietà di diverse famiglie in tempi successivi all’epoca feudale.

Nell’annosa querelle dell’eredità marchesale, allorché l’ultimo erede si era spento, intervennero soggetti che se ne appropriarono indebitamente ed altri che ne acquisirono, con trasferimenti di proprietà, alcuni comparti collaterali dello stesso Palazzo.

Quello che segue è la descrizione reale ed autentica degli accadimenti di quel travagliato passaggio storico.

La scomparsa o distruzione di documenti, a volte, rendono impossibile la dimostrazione della proprietà di alcuni beni immobili. Ma questo, fortunatamente, non è accaduto per San Marco dei Cavoti.

La famiglia Cavaniglia, originaria della Valencia (Spagna), se ne venne nel 1420, a seguito dei re Aragonesi, a Napoli, ove si stabilì definitivamente.

In seguito divenne Signora di venti feudi e si distinse nei rami dei conti di Troia e Montella e in quella dei marchesi “Sancto Marco” (Cfr. Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili Italiane, estinte e fiorenti , compilato da G. B. di Crollalanza, vol. I, Editore Arnaldo Forni e Famiglia Cavaniglia di Napoli estinta nel 1792, Tavola unica, stampata nel 1821, in folio).

Cesare, figlio di Troiano Onero Cavaniglia, è il capostipite del Marchesato di San Marco dei Cavoti perché, avendo servito la Spagna con una compagnia di cavalleggeri a sue spese, nel 1528 Carlo V lo investì di questo feudo in Principato Ultra  “per sé, i suoi eredi e successori, compresi tutti i vassalli, ecc…” – (pro se , suisque heredibus, et successoribus, cum omnibus vaxallis, ecc…).

Il figlio Marcello fu confermato della stessa investitura del padre da Filippo II. Egli fece edificare, in loco, il Convento “Sancta Maria delle Gratiae”  nell’attuale località “Convento vecchio” ed ottenne “…che i frati Predicatori del Real Convento di San Domenico Maggiore di Napoli venissero ad abitare in quel San Marco suo” (Cfr. Tommaso Spinelli, domenicano – Il Missionario, MDCCXLIV, Napoli).

Il Feudatario assegnò loro 1000 ducati per una nuova costruzione con lo strumento del 1 giugno 1563, rogato dal notaio sammarchese Sallustio Pacifico alla presenza dei rappresentanti dell’Università di San Marco dei Cavoti e di due Domenicani di Napoli.

Esso attesta che l’Università di San Marco vuole e autorizza le erezioni del nuovo Convento “con stanze, sacrestia, refettorio, con orto e altre cose necessarie” – (cum cameris, sacristia, refectorio, cum horto et aliis necessariis) da destinare ai Frati che verranno ad abitarlo.

Vi fu un successivo strumento del 1 agosto 1563, che stabiliva le entrate annue che riceveva il priore da parte del marchese e lo jus patronatus del marchese sulla nomina del priore.

Lo strumento del 5 agosto 1595 assegna il terreno e stabilisce il luogo dell’erigendo Convento a circa 40 metri dal complesso abitativo del Signore, che rispondeva alle strutture dell’attuale Museo degli Orologi, ed è, nello stesso, perentoriamente dichiarato “con le porte e le finestre che si affaccino verso la predetta erigenda chiesa e nel chiostro del Monastero stesso” – (cum januis et fenestris quae correspondeant in ecclesiam praedictam eregendam et in claustrum ipsius Monasterii).

Lo strumento stabilisce a questo punto che le celle dei Frati, che si trovavano di fronte al Palazzo del Signore, siano sufficientemente protette  “acché non possano rispondere né haver vista alla loggia delle donne del palazzo di detto marchese, ma quelle habbiano da respondere et haver vista nell’inclaustro di detta Chiesa e farle verso ponente e levante conforme al disegno predetto, et non all’incontro di detto Palazzo di detto Signore”.

Lo strumento è firmato dal notaio Ferdinando Jacobacci di Colle Sannita, dal Giudice regio ad contractus, Diomede Castellucci di San Marco dei Cavoti e da 11 testimoni.

La copia del 7 maggio 1633 risulta eseguita dal Vicario del Convento, Ludovico Papa da Maddaloni e legalizzata dal notaio Carlo Jacobacci.

Quanto esposto dimostra il valore artistico e storico del complesso di edifici dell’attuale via Rovagnera e Muro nuovo, con l’antica entrata Porta nuova, oggi scomparsa e che si congiungeva sino alla odierna Torretta: Torre forte.

L’edificio non risulta vincolato solo perché il marchese già dalla seconda metà del Settecento dimorava a Portici ed in loco era sostituito dal Governatore, che gestiva il potere, dall’Erario, che amministrava i beni del Signore, dal Giurato, che aveva l’incarico dei sequestri e così via.

Chiave di volta sull'entrata

Ma con la morte dell’ultimo erede Carlo Onero Cavaniglia, avvenuta il 7 aprile 1792, iniziò una lotta senza fine tra le sorellastre per l’eredità dei beni. Di essi si impossessarono i più furbi e i più astuti del luogo, facendo scomparire finanche lo stemma dei Cavaniglia e aggiungendovi una chiave di volta con stemmi, in forme perfettamente araldiche, al semplice scopo decorativo o propagandistico, spesso belli ma privi di titolare e di norma, coniati extra lege e collocati sulle dimore dei Cavaniglia da semplici borghesi, come la chiave di volta con un cuore trafitto da una spada, datato A.D. 1810, che appare sull’attuale entrata del Museo degli Orologi.

Del resto nell’Apprezzo della Terra di San Marco, redatto il 21 ottobre 1628 dal tavolario Giulio Cesare Giordano e presentato il 3 novembre dello stesso anno (ff. 71-72 e ff. 143-150 vol. II dell’Archivio notarile) si afferma che il paese è situato “sopra una collina di Monte cinta a torno di mura con tre porte sotto nome di Porta grande, Porta rula (termine francese) e Porta nuova… Poco distante di quale mura vi è la Fontana di buona e fresca acqua, che serve per bevere, et dentro della Terra per l’habitationi sono diversi puchzi sorgenti di acqua salmastra, serve per le comodità necessarie… Nell’ultima numeratione è numerata per fuochi 285… Il governo del paese è regolato da un sindaco e quattro eletti… La chiesa della SS. Annunciata viene servita dà Padri Domenicani Reformati quali tengono il loro Monistero fuore la Terra vicino Porta Nuova…”.
Il Palazzo del feudatario è “dalla parte di Porta nuova”, con due entrate, una “da fuore la Terra” e l’altra “da dentro”.
Si chiarisce che né in questo documento né in altri precedenti e susseguenti appare Porta palazzo.
Infine, il tavolario passa alle numerazioni dei vani del Palazzo fino ad una “torre forte, che tiene il ponte a trabucco serve sì per forte del Palazzo a tempo di inimici, come al presente per carcere…”.

 

 

Vista della loggia del palazzo marchesale
Vista di parte del palazzo marchesale In una foto del 1944, la loggia marchesale, di fronte al Convento dei Domenicani riformati, è ancora ben visibile in via Muro Nuovo, che s’innesta nella parte superiore con via Rovagnera e in quella inferiore con via Mercato. Negli anni precedenti era scomparsa Porta nuova, che collegava il lato sinistro dell’entrata principale del Palazzo, con la “torre forte”.
La bella ed artistica scalinata, che partiva dall’arco, che, da via Roma, introduce via Rovagnera, venne realizzata nel 1924, epoca in cui la zona venne munita di fognature.
In seguito, dopo il sisma del 1962, la scalinata venne sostituita con un lastricato in pietra per rendere la strada carrabile.

Angelo Fuschetto – Accademico Tiberino e cultore di studi storici
fonte documentale: archivio privato dell’autore

 

galleria fotografica

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